Verres (Ao)

3 marzo 2019

Qualche ora a Verres, piccolo centro valdostano, piacevole connubio di storia e natura.

 

Posizione geografica invidiabile, nella valle della Dora Baltea, a circa 30 Km a sud di Aosta, Verrès (notare l'accento) è una piccola cittadina circondata da montagne ripide e vegetazione rigogliosa.

E' facilmente raggiungibile grazie ad un'uscita dell'autostrada. Il centro è subito lì, a qualche centinaio di metri.

C'è il sole ma la temperatura è piuttosto rigida. Sono le 9.30 del mattino e l'aria di montagna si avverte. Trovo un agevole parcheggio libero senza girare, a pochi metri dal borgo storico.

Oggi è giorno di festa. Il carnevale impazza e le strade sono piene di coriandoli. Nel pomeriggio deve avere luogo una rievocazione storica. Ma ho in programma di andare ad Ivrea per assistere alla battaglia delle arance.

La fondazione della città risale all'epoca imperiale romana sebbene non siano stati rinvenuti sul territorio reperti particolarmente consistenti. Oltre a monete consolari e imperiali sono state trovate tracce di un ponte sul torrente Evançon.

Alzando gli occhi al cielo non si può non incontrare la collegiata di Saint-Gilles.

Quattro passi lungo una vecchia mulattiera e sono già lì. La costituzione del convento è collocabile al X secolo. Ma l'anno esatto varia in funzione della tradizione che si scomoda. Ciò che è certo sono i rapporti intercorsi tra la Valle d'Aosta e la Provenza. Il 25 maggio 1800 Napoleone soggiornò al convento di Verres, prima di intraprendere la sua seconda campagna d'Italia.

L'attuale parrocchia risale al 1775, sulle rovine di una chiesa romanica di cui rimane un piccolo campanile.

La collegiata sorge lungo l'itinerario della via Francigena. I viandanti possono trovare ristoro nella casa del pellegrino.

Il luogo è accessibile soltanto attraverso visite guidate. E oggi non ne sono previste. Non va' meglio al castello Challant. Un quarto d'ora a piedi per arrivare in cima allo sperone da cui sovrasta la città e la valle. Però le visite sono sospese. Le sale sono in preparazione per la festa di carnevale del pomeriggio e la cena della sera.

Il sentiero che sale lungo la montagna mi consente di beneficiare della vicinanza della natura e della compagnia di una madre e di suo figlio, con cui ho scambiato qualche parola sulla città. Peccato che il loro percorso portasse altrove. Comunque non avrei tenuto a lungo la loro andatura. Erano decisamente più in forma di me.

Dall'esterno riesco a vedere l'edificio principale, un cubo massiccio, solido, di 30 metri di lato, che, complice la posizione, doveva garantire l'incolumità dalle aggressioni.

Il castello risale al 1360 per volere di Ibleto Challant, rappresentante di una nobile casata valdostana.

Per ulteriori informazioni consultare il sito web di indirizzo http://www.comune.verres.ao.it/

 

Ivrea (To)

3 marzo 2019

Lo storico carnevale di Ivrea.

 

Alla scoperta di un evento che anima la città nel periodo di carnevale e vede la partecipazione incuriosita dei visitatori. Il più antico d'Italia, tra storia, leggenda e cultura.

 

Il 3 marzo è un giorno particolare per aggirarsi nelle vie cittadine di Ivrea. Infatti, ricorre il carnevale, che qui è sentito e celebrato in modo particolare. Non è semplicemente desiderio di evasione e folklore locale ma è la storia a dettare i modi e i tempi di una passione che diventa culto.

In un recente passato, nel secolo scorso, la città era nota in Italia e nel mondo per le macchine da ufficio ed i computer marchiati Olivetti. Già, Camillo Olivetti, padre e fondatore dell'azienda, e Adriano, figlio e imprenditore illuminato, dalla visione etica e sociale del suo lavoro, e da un'idea chiara di progresso e futuro. La città gli esprime gratitudine: i loro nomi ricorrono nella toponimia e nella presenza di monumenti e opere a loro dedicate.

Oggi è una giornata speciale. Seguo la massa e trovo parcheggio in una zona defilata, periferica, in un prato. Già a mezzogiorno ci sono automobili un po' ovunque. Ma va' bene così. La battaglia delle arance comincia alle 14.30. Dieci minuti a piedi e sono sul percorso dei carri. Si accede al centro solo dopo aver acquistato il biglietto di ingresso e superato le barriere. Il prezzo è di 10 euro ma non c'è limite di tempo alla permanenza.

Il sole scalda e la temperatura è piacevole. Neanche una nuvola in cielo. Il fiume, Dora Baltea, scorre tranquillo. Attraverso il ponte e guardo due canoisti all'opera con il loro kayak, lungo le rapide del canale usato come percorso di allenamento.

Mi colpisce l'atmosfera gioiosa e goliardica, i gruppi di persone, a piedi e su carri trainati da destrieri bardati, che cantano la loro appartenenza ad una delle nove compagini cittadine, le bandiere e gli strisioni che pendono dagli edifici. Qualcuno gira in costume carnascialesco ma i giocatori impegnati nella battaglia indossano le divise sociali. Nell'aria si diffondono le note di un corpo bandistico costituito da pifferi e tamburi. Ritmo e movimento denotano un'evidente origine militare.

Per vivere maggiormente la festa si può gustare qualche prelibatezza locale da uno dei tanti chioschi che sono spuntati come funghi ad ogni angolo di strada per l'occasione. Ma bisogna mettersi in coda e pazientare. Si ammazza l'attesa mordicchiando qualcosa e la birra scorre a fiumi. In aggiunta si può ricorrere ad un buffo copricapo rosso a forma di calza, il berretto Frigio. Qui lo usano in tanti. Ci sono alcune bancarelle da cui si può acquistare. Storia e leggenda ne motivano l'utilizzo.

La storia racconta della sollevazione popolare contro il marchese del Monferrato, tiranno avido che affamava la città. La leggenda racconta del gesto di Violetta, figlia di un mugnaio, che si ribellò all'imposizione dello ius primae noctis, balzello medievale che colpiva il matrimonio dei servi della gleba, uccidendo il tiranno proprio con la sua spada. La battaglia delle arance rievoca questa rivolta. Il berretto Frigio esprime la partecipazione e l'adesione agli ideali di libertà, come ai tempi della rivoluzione francese.

Ogni squadra di tiratori a piedi occupa una precisa zona della città. Se gli aranceri a terra rappresentano il popolo, quelli sui carri impersonificano il tiranno e indossano delle maschere di cuoio a loro protezione personale. Durante il conflitto i lanciatori non si risparmiano, le arance volano nell'aria come fossero  proiettili. Il pubblico sta doverosamente al riparo di reti, che vengono stese anche per tutulare i palazzi signorili del centro storico e le attività commerciali. Le aree di combattimento sono comunque circoscritte.

Per il carnevale sono arrivati 7000 quintali di arance provenienti dalle aziende del sud Italia che afferiscono all'associazione Libera, attiva nella lotta contro le mafie. Sono mediamente 240 le arance tirate in questa giornata da ogni lanciatore.

Quando la festa comincia mi trovo sul ponte Duchessa Isabella, già ribattezzato Adriano Olivetti, circondato dalla folla, ad un centinaio di metri dal Ponte Vecchio, che vede il passaggio dei carri ed il furioso lancio degli agrumi. Un buon numero finisce nelle acque del fiume sottostante.

Ho la possibilità di osservare il ponte di ferro della ferrovia e di leggerne la storia attraverso un pannello illustrato. Il 24 dicembre 1944 fu teatro di un'azione di sabotaggio partigiana e crollò. Poco più a nord, ad Aosta, era situata l'industria siderurgica Cogne, impegnata nello sforzo bellico, sotto il controllo tedesco dall'8 settembre 1943 fino alla liberazione. La linea ferroviaria era impiegata per il trasporto del materiale prodotto e il ponte era snodo fondamentale. Averne compromesso la funzionalità ha impedito alla città di essere oggetto dei bombardamenti alleati, altrimenti inevitabili. Una storia da tramandare e non dimenticare. Tanto più che la resistenza è una pagina di vita del nostro paese.

Per ulteriori informazioni consultare il sito web all'indirizzo  https://www.storicocarnevaleivrea.it/